
- Quando la minaccia di licenziamento diventa reato?
- Cosa rischia il datore?
- E quali tutele hanno i lavoratori secondo la Cassazione?
Datore di lavoro condannato per estorsione: sfruttamento sotto minaccia di licenziamento
La sesta sezione penale della Cassazione ha confermato che può configurarsi estorsione quando il datore di lavoro ottiene vantaggi patrimoniali costringendo i lavoratori ad accettare condizioni peggiorative sotto la minaccia, anche implicita, del licenziamento. Lo ha stabilito la sentenza 37362/25, depositata il 17 novembre 2025.
Quando scatta il reato
Secondo la Corte, il reato previsto dall’articolo 629 del codice penale si configura quando l’imprenditore modifica unilateralmente un rapporto di lavoro in corso (anche se irregolare) al fine di ottenere risparmi sui costi o vantaggi economici. La minaccia deve prospettare un male ingiusto che il lavoratore subisce, con conseguente danno economico reale.

Il caso concreto
La condanna diventa definitiva per il titolare di un panificio: tre anni, quattro mesi e quindici giorni di reclusione, 850 euro di multa e l’obbligo di risarcire la parte civile. Nel procedimento, un dipendente è stato licenziato dopo aver protestato per un compenso inferiore a quanto pattuito per il lavoro domenicale; una lavoratrice, assunta in nero e mai retribuita, è stata estromessa quando ha chiesto il pagamento.
Busta paga “gonfiata” e danno patrimoniale
Gli Ermellini hanno precisato che rientra nell’ingiusto profitto anche il caso della busta paga gonfiata: dichiarare una retribuzione maggiore rispetto a quella effettivamente corrisposta integra un danno patrimoniale che si estende agli obblighi fiscali. In tali situazioni, la promessa formale o sostanziale di una remunerazione non corrisposta costituisce elemento delittuoso se imposta con intimidazione.
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Limiti al reato: offerte contrattuali preliminari
La Corte distingue però le ipotesi in cui il datore prospetta, prima dell’instaurazione del rapporto, l’alternativa tra una busta paga maggiorata e la perdita dell’opportunità di assunzione. In tali casi non opera l’estorsione: l’aspirante non ha diritto a essere assunto a condizioni predeterminate e non si verifica un danno economico diretto sul reddito di chi non è ancora lavoratore.
Rilevanza per il mercato del lavoro
La pronuncia sottolinea come l’asimmetria tra offerta e domanda di lavoro possa essere sfruttata per imporre trattamenti retributivi deteriori. Quando questo avviene sotto la minaccia di licenziamento, il comportamento del datore assume rilievo penale e non solo civile.
Implicazioni pratiche
La sentenza 37362/25 riafferma il principio che le violazioni retributive e le modifiche peggiorative imposte coercitivamente sono perseguibili penalmente. Per i lavoratori, la decisione conferma la possibilità di ricorrere alla giustizia penale in presenza di intimidazioni che producono un concreto danno economico. Per le imprese, rappresenta un monito a rispettare le condizioni contrattuali e le norme fiscali e retributive.