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Onde alte 20 metri viste dallo spazio: record satellitare ESA

| 2 Gennaio 2026

I satelliti ESA e SWOT misurano onde oceaniche da record: quasi 20 metri durante la tempesta Eddie. Dati chiave per clima e coste.


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  • Come fanno i satelliti a misurare onde di 20 metri?
  • Cosa rivelano sulla tempesta Eddie?
  • Perché questi dati contano per le coste?

Cosa hanno rilevato i satelliti sulle onde oceaniche da 20 metri

I satelliti dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e la missione SWOT hanno registrato onde oceaniche alte quasi 20 metri durante la tempesta Eddie, nel dicembre 2024. Un’altezza paragonabile a quella dell’Arco di Trionfo, mai osservata prima dallo spazio.
Si tratta delle onde più alte mai misurate tramite satellite, diventate il fulcro di un nuovo studio scientifico che ridefinisce l’origine e la propagazione delle mareggiate estreme su scala globale.

Cosa significa davvero parlare di un’onda alta 20 metri

In oceanografia, l’altezza significativa dell’onda rappresenta la media del terzo delle onde più alte in un determinato intervallo. Durante Eddie, l’altimetro di SWOT ha misurato un valore di 19,7 metri, con un periodo di circa 20 secondi.
È un record assoluto nelle osservazioni satellitari, che superano ora oltre trent’anni di dati, dal 1991 a oggi.

In termini pratici, significa muri d’acqua alti come edifici di sei piani, che si formano e collassano in mare aperto, lontano dalle coste e da qualsiasi osservazione diretta.
Misurare questi eventi estremi consente di verificare l’affidabilità dei modelli numerici finora basati soprattutto su simulazioni e testimonianze dei marinai.

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La missione SWOT rileva mareggiate estreme e nuovi dati sull’energia delle onde oceaniche.

Chi era Eddie e come le sue onde hanno fatto il giro del mondo

Il team guidato dall’oceanografo francese Fabrice Ardhuin ha integrato i dati di SWOT, altri satelliti altimetrici e una banca dati sul moto ondoso attiva dagli anni Novanta.

Il 21 dicembre 2024, nel Pacifico settentrionale, sono state registrate le onde più estreme. Da lì, la mareggiata è stata tracciata per circa 24.000 chilometri, attraversando interi bacini oceanici fino all’Atlantico tropicale, tra il 21 dicembre e il 6 gennaio.

Anche quando la tempesta si era ormai dissolta, le sue onde di lungo periodo continuavano a viaggiare come segnali energetici silenziosi, dimostrando quanto un singolo evento meteorologico possa influenzare oceani lontanissimi.

Come si propagano le onde più lunghe generate dalle tempeste

A migliaia di chilometri dal centro della burrasca, SWOT è riuscito a identificare treni d’onda con lunghezze d’onda tra 1.200 e 1.360 metri e altezze di pochi centimetri, al limite della sensibilità strumentale.

Questa osservazione conferma la teoria secondo cui, all’interno della tempesta, le onde più corte e ripide trasferiscono energia a componenti via via più lunghe, che poi si disperdono negli oceani.
Un processo cruciale per comprendere la dinamica delle mareggiate globali.

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Onde oceaniche alte quasi 20 metri misurate dai satelliti ESA e SWOT durante la tempesta Eddie.

Perché le onde più lunghe non sono le più energetiche

Lo studio, pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences, evidenzia una revisione importante: l’energia delle onde più lunghe era stata fortemente sovrastimata.

Secondo l’analisi, i modelli empirici utilizzati in ingegneria marina e meteorologia attribuivano fino a venti volte più energia del reale alle componenti con periodi leggermente superiori a quello dominante.

La forza principale della tempesta si concentra invece nelle onde dominanti, con periodi attorno ai 20 secondi, le più pericolose per navi, piattaforme offshore e parchi eolici marini.
Le onde molto lunghe restano rilevanti per fenomeni come erosione costiera e microseismi, ma esercitano una spinta minore di quanto si ritenesse.

Perché queste scoperte sono cruciali per le aree costiere

Le implicazioni sono concrete. Il design di navi, piattaforme petrolifere e infrastrutture offshore si basa su stime di eventi estremi che si verificano una volta ogni decenni.
Sapere se una tempesta può generare onde da 16, 20 o 22 metri cambia radicalmente i criteri di sicurezza.

Quando le mareggiate oceaniche raggiungono acque basse, si trasformano in onde frangenti capaci di danneggiare spiagge, lungomari, porti e dighe costiere.
Per molte città, già esposte all’innalzamento del livello del mare, disporre di dati più precisi sulle onde estreme è fondamentale per l’adattamento climatico.

Che legame c’è tra tempeste rare e cambiamento climatico

Secondo Ardhuin, la prossima fase sarà testare queste ipotesi con modelli climatici avanzati. La possibilità di tracciare l’intensità delle tempeste nel tempo apre nuove prospettive sul ruolo del cambiamento climatico, insieme ad altri fattori come la morfologia del fondale marino e la rarità statistica di questi eventi.

I dati indicano che 2023 e 2024 rientrano ancora nella variabilità delle ultime tre decadi. Tuttavia, per individuare tendenze robuste nelle onde più estreme, saranno necessarie serie storiche più lunghe.
Il clima evolve più rapidamente della statistica, rendendo le analisi sempre più complesse.

Cosa insegna la tempesta Eddie sull’osservazione degli oceani

Al di là del record, Eddie segna un salto di qualità nel monitoraggio oceanico. La combinazione di SWOT e degli altri satelliti permette ora di ricostruire con precisione come nasce una grande mareggiata, come si distribuisce la sua energia e come attraversa interi oceani.

Per chi osserva il mare dalla costa, Eddie può sembrare solo un nome. In realtà, rappresenta l’inizio di nuovi modelli previsionali e mappe oceaniche sempre più accurate, capaci di anticipare quando arriverà la prossima grande mareggiata e quanto potrà salire il livello dell’acqua nei porti.
Le onde partono lontano, ma prima o poi trovano sempre una costa.