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Acqua potabile dall’aria: il nuovo dispositivo MIT rivoluziona i tempi

| 29 Novembre 2025

Il MIT crea un dispositivo a ultrasuoni che trasforma l’umidità in acqua potabile in pochi minuti, una soluzione veloce per aree con forte scarsità idrica.


esperimento

  • Come ottenere acqua potabile dall’aria?
  • Quanto è rapido il nuovo dispositivo del MIT?
  • Può aiutare le zone con scarsità idrica?

Come si ottiene acqua potabile dall’aria in tempo record?

È possibile trasformare la semplice umidità atmosferica in acqua potabile utilizzabile ogni giorno? Secondo un gruppo di ingegneri del MIT, la risposta è sì. Un nuovo dispositivo ultrasuono promette di accelerare drasticamente la produzione di acqua dall’aria, superando di oltre 45 volte i tempi dei metodi tradizionali e aprendo prospettive cruciali per le aree con scarsità idrica.

Che cos’è il dispositivo realizzato dal MIT?

Il prototipo, presentato il 18 novembre 2025, sfrutta onde ad ultrasuoni per rilasciare rapidamente l’acqua intrappolata nei materiali assorbenti, detti sorbenti. A differenza dei sistemi basati su riscaldamento solare — che richiedono ore o giorni — questo meccanismo completa il processo in pochi minuti, permettendo numerosi cicli quotidiani.

Secondo MIT News, la tecnologia consente una produzione continua e molto più rapida, offrendo una soluzione innovativa alle comunità prive di fonti idriche affidabili.

Come funziona il dispositivo a ultrasuoni?

Il sistema include un attuatore ultrasuono composto da un anello ceramico che vibra ad alta frequenza quando riceve tensione elettrica. Attorno a esso, una struttura con micro-ugelli convoglia le goccioline verso i contenitori di raccolta.

Quando il sorbente saturo viene posizionato sull’attuatore, le vibrazioni generano onde acustiche che indeboliscono i legami tra acqua e materiale assorbente. In questo modo il liquido si separa rapidamente.

Ikra Iftekhar Shuvo, primo autore dello studio, spiega che gli ultrasuoni consentono di “rompere con precisione i deboli legami tra le molecole d’acqua e le superfici a cui sono aderenti”. I test dimostrano che il sorbente diventa completamente asciutto dopo pochi minuti.

Perché è un passo avanti rispetto ai metodi tradizionali?

I materiali che assorbono grandi quantità di acqua spesso richiedono molta energia per liberarla. Come osserva la ricercatrice principale Svetlana Boriskina, “qualsiasi materiale molto efficiente nel catturare acqua tende a trattenerla”, rendendo lenta e dispendiosa l’estrazione.

Il nuovo dispositivo ribalta questo limite, riducendo tempi ed energia necessaria e rendendo possibile l’uso anche in aree estremamente aride, dove non è disponibile nemmeno acqua salata da desalinizzare.

Può funzionare con energia solare?

Sì. Una delle caratteristiche più rilevanti è la compatibilità con energia solare, ideale per territori senza rete elettrica. Il team prevede di automatizzare completamente il sistema, così che il dispositivo si attivi da solo ogni volta che il sorbente raggiunge la saturazione.

Quali sono le applicazioni pratiche?

Il prototipo ha dimensioni simili a quelle di una finestra domestica. È possibile integrarvi celle solari che alimentano il sistema e misurano il livello di saturazione, avviando automaticamente l’estrazione.

Nei test in camere a umidità controllata, il dispositivo ha mostrato un’estrazione dell’acqua rapida, completa ed efficace.

Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è stato guidato da Boriskina e Shuvo con la collaborazione di Carlos Díaz-Marín, Marvin Christen, Michael Lherbette e Christopher Liem. Il progetto è stato supportato dal MIT Abdul Latif Jameel Water and Food Systems Lab e dal MIT-Israel Zuckerman STEM Fund.

Quali sviluppi sono previsti per il futuro?

L’obiettivo a lungo termine è la realizzazione di sistemi domestici capaci di produrre acqua potabile dall’aria in modo continuo e sostenibile, grazie all’automazione e all’energia solare.

“La capacità di estrarre acqua rapidamente e ripetere il processo più volte al giorno potrebbe avere un impatto significativo sul rifornimento idrico delle comunità vulnerabili”, afferma Boriskina.