
- Le intrusioni laterali sull’Etna possono fermarsi?
- Cosa indica la sismicità?
- Quali segnali aiutano la Protezione Civile?
Durante le crisi eruttive dell’Etna, uno degli aspetti più critici per la gestione dell’emergenza vulcanica è comprendere se e in che modo il magma stia migrando nel sottosuolo. In particolare, l’attenzione degli esperti si concentra sulle intrusioni laterali, considerate tra i fenomeni più pericolosi in termini di rischio vulcanico per i centri abitati, le infrastrutture e il territorio circostante.
Perché le intrusioni laterali di magma rappresentano il principale rischio sull’Etna?
Le intrusioni laterali di magma si sviluppano lungo fratture della crosta terrestre e possono alimentare eruzioni di fianco a bassa quota. Questi processi aumentano in modo significativo il pericolo per la popolazione, poiché avvengono lontano dai crateri sommitali e più vicini alle aree urbanizzate.
Per la Protezione Civile, la domanda chiave è sempre la stessa: la propagazione del dicco magmatico è destinata ad arrestarsi oppure può proseguire verso quote più basse, innescando nuovi scenari di emergenza?
Cos’è un dicco magmatico e come si propaga nel sottosuolo?
Il dicco è un’intrusione di magma che si propaga sfruttando fratture preesistenti o nuove nella crosta. Sull’Etna, questi fenomeni avvengono spesso in direzione laterale, rendendo complessa la previsione dell’evoluzione eruttiva.
Secondo Alessandro Bonaccorso, dirigente di ricerca dell’Osservatorio Etneo dell’INGV, prevedere in tempo reale l’evoluzione di un’intrusione laterale rappresenta una delle sfide più complesse della vulcanologia operativa. Studi recenti hanno affrontato il problema analizzando il bilanciamento energetico tra l’energia necessaria all’apertura del dicco e quella rilasciata attraverso la sismicità vulcanica.
Qual è il ruolo della sismicità nella previsione delle crisi eruttive?
Durante la risalita del magma si genera normalmente un campo di stress estensionale, associato a terremoti vulcanici con meccanismi focali diretti. Al contrario, la comparsa di meccanismi focali inversi, tipici di un regime compressivo, è un evento raro in questi contesti.
Come sottolinea Carla Musumeci, ricercatrice dell’INGV, la presenza di meccanismi inversi indica che la spinta del magma incontra una resistenza crescente. Questo processo può rallentare la propagazione del dicco fino al suo possibile arresto.
Cosa rivelano gli eventi storici dell’Etna sulle intrusioni laterali?
L’analisi di numerose crisi eruttive storiche dell’Etna – dalla crisi del 1989, all’eruzione del 2002, fino agli eventi del 2008 e del dicembre 2018 – mostra un quadro coerente.
Nei casi in cui le intrusioni laterali non hanno raggiunto la superficie, la parte terminale del dicco è sempre caratterizzata dalla comparsa di meccanismi focali inversi. Questi segnali risultano invece assenti nelle fasi iniziali dell’intrusione o nei casi di risalita verticale del magma.
Perché l’eruzione del 2002 è considerata un caso emblematico?
Durante l’eruzione del 2002, l’Osservatorio Etneo dell’INGV si trovò a operare in una fase di forte allerta, con il timore che il magma potesse propagarsi verso aree densamente popolate.
La comparsa di specifici segnali sismici compressivi fu interpretata come indicativa di un arresto imminente del dicco. Un’ipotesi considerata allora audace, ma che venne successivamente confermata dall’evoluzione degli eventi, rafforzando l’affidabilità dell’approccio.
Qual è il legame tra meccanismi focali inversi e arresto del magma?
Secondo lo studio, la comparsa dei meccanismi focali inversi è associata a un cambiamento del campo di stress nella parte terminale del dicco. Questo cambiamento sarebbe legato ai processi di raffreddamento e solidificazione del magma, che favoriscono condizioni di compressione e ostacolano la propagazione.
Per Elisabetta Giampiccolo, ricercatrice dell’INGV, si tratta di un indicatore semplice ma estremamente efficace. I meccanismi focali inversi non rappresentano un’anomalia, ma un segnale chiave per riconoscere in near-real time il potenziale arresto di un’intrusione laterale.
In che modo questo metodo supporta la Protezione Civile e la sicurezza del territorio?
L’approccio proposto si basa esclusivamente sull’analisi dei dati sismici, rendendolo rapidamente applicabile anche in aree dove le reti di monitoraggio geodetico sono meno sviluppate.
Questo risultato rafforza il ruolo centrale della sismologia nella sorveglianza vulcanica, migliorando la mitigazione del rischio e offrendo un supporto concreto alle decisioni operative durante le emergenze. Un contributo diretto alla sicurezza del territorio etneo e alla protezione delle comunità che vivono alle pendici del vulcano attivo più alto d’Europa.