
- L’IA riduce posti di lavoro?
- Dovrebbe pagare tasse come gli umani?
- Quali rischi e opportunità porta agli investimenti?
Intelligenza artificiale: il nuovo motore di investimenti e sfide fiscali
Non si può vedere né toccare, ma l’intelligenza artificiale (IA) scuote i mercati ed è diventata un magnete per gli investimenti. Le grandi aziende tecnologiche destinano cifre record allo sviluppo di queste tecnologie, mentre i profitti raggiungono livelli senza precedenti. Tuttavia, questa corsa ha anche un rovescio della medaglia: la riduzione del personale. Multinazionali come Amazon, Meta e UPS hanno annunciato tagli al personale, spinti dall’automazione, sollevando interrogativi sul possibile impatto sui bilanci pubblici. Meno lavoratori significa meno contribuenti: se le macchine e gli algoritmi sostituiscono gli esseri umani, dovrebbero forse pagare le tasse che gli esseri umani non versano più?
L’automazione e il sistema fiscale
Il lavoro, tramite IRPEF e contributi sociali, rappresenta uno dei pilastri dei sistemi fiscali in quasi tutti i Paesi. L’automazione può ridurre la base imponibile, cioè le entrate fiscali, e già in passato esperti come il premio Nobel Edmund Phelps e Bill Gates hanno proposto l’introduzione di un imposta sui robot, con lo scopo di sostenere il welfare. L’idea era semplice: tassare le macchine come se sostituissero il lavoro umano.
Sanjay Patnaik, direttore del Centro di Regolazione e Mercato del think tank Brookings Institution, afferma: “La tendenza verso l’automazione e l’IA potrebbe ridurre le entrate fiscali. Negli Stati Uniti, ad esempio, circa l’85% delle entrate federali proviene dal lavoro”. Patnaik suggerisce di aumentare la tassazione del capitale invece di creare un’imposta specifica sull’IA, per evitare difficoltà di applicazione e possibili distorsioni. L’impatto della IA generativa, in grado di creare contenuti su richiesta, rimane ancora incerto, tra vantaggi in termini di produttività e crescita economica e rischi di perdita di posti di lavoro.

Previsioni economiche contrastanti
Le stime sul futuro della IA sono contrastanti. Goldman Sachs prevede che la tecnologia aumenterà il PIL globale del 7% entro il prossimo decennio, mentre il FMI stima un contributo aggiuntivo di otto decimi di punto percentuale all’anno fino al 2030. Al contrario, l’Organizzazione Mondiale del Lavoro evidenzia che un lavoratore su quattro nei Paesi ad alto reddito svolge attività esposte all’IA, pur prevedendo che la maggior parte degli impieghi si trasformerà piuttosto che scomparire.
Luz Rodríguez, docente di Diritto del Lavoro, sottolinea: “La precedente ondata di automazione ha interessato soprattutto metà della catena produttiva. La IA generativa, invece, agisce sui lavori più qualificati”. Rodríguez aggiunge che si stanno creando nuovi posti di lavoro, come moderatori di contenuti digitali o minatori di criptovalute, impieghi che non esisterebbero senza la tecnologia.
L’imposta sull’IA: un dibattito aperto
Daniel Waldenström, docente all’Istituto di Ricerca di Economia Industriale di Stoccolma, respinge l’idea di un imposta specifica sulla IA, sottolineando che non vi è stato un aumento significativo della disoccupazione nemmeno negli Stati Uniti. “È difficile definire con precisione cosa sia IA, automazione o robot. Dovremmo continuare a tassare il lavoro, il consumo e i profitti di capitale già esistenti”, afferma.
Il FMI propone una soluzione ibrida: non tassare direttamente la IA, ma monitorare attentamente scenari potenzialmente distruttivi, aumentando la tassazione sul capitale e sui profitti aziendali “eccessivi” e rivedendo gli incentivi fiscali a innovazione e brevetti.
Carl Frey, docente di IA e lavoro all’Università di Oxford, sottolinea che l’attuale sistema fiscale favorisce l’automazione rispetto alla creazione di posti di lavoro. “È fondamentale riequilibrare le tasse per supportare tecnologie che generano lavoro”, spiega.

Investimenti tecnologici e bilanci pubblici
Amazon, ad esempio, ha registrato un incremento del 38% dei profitti e investimenti milionari in IA, annunciando nel contempo 14.000 licenziamenti globali, di cui 1.200 in Spagna. Nello stesso periodo, le aliquote dell’imposta sulle società nei Paesi OCSE sono scese dal 33% del 2000 al 25%, mentre la pressione fiscale sul lavoro è diminuita solo di 1,3 punti percentuali.
Susanne Bieller, segretaria generale della Federazione Internazionale di Robotica, afferma che tassare l’automazione è “un problema che non esiste”, poiché i robot aumentano la produttività e creano nuovi posti di lavoro. “Gravare le tecnologie produttive ridurrebbe competitività e occupazione”, avverte, ricordando la scarsità globale di manodopera, stimata in circa 40 milioni di posti all’anno.
Disuguaglianze e sostenibilità
Oltre all’occupazione, preoccupa l’impatto dell’IA sul mercato azionario e sui consumi energetici, con il rischio di una bolla e di una significativa impronta climatica. In uno scenario ottimale, i nuovi lavori generati dall’IA possono essere più produttivi e meglio remunerati, compensando le perdite. Tuttavia, esistono rischi concreti: i posti di lavoro creati possono richiedere tempo, mentre i lavoratori meno qualificati potrebbero faticare ad adattarsi, accentuando le disuguaglianze tra Paesi, settori e classi sociali.
Daron Acemoğlu e Simon Johnson, economisti del MIT, avvertivano già nel 2023: “Negli ultimi 40 anni, l’automazione ha aumentato la produttività e i profitti, ma non la prosperità condivisa”. Rodríguez aggiunge: “La tecnologia produce impatti sociali che richiedono intervento politico. Il dibattito è necessario”.